REFUBBRI

 

L'Oratorio della visitazione del Vergine Maria a Santa Elizabetta

in località "Ponte di Refubbri"

 

Robert Browning

 

Accanto al caminetto

 

(Men and Women, 1855)

 

I

Come so bene ciò che intendo fare

quando calano le lunghe, cupe sere d’autunno-

dov’è, anima mia, la tua espressione allegra?

Come la musica di ogni tuo accento, muta

anch’essa nel novembre della vita.

 

II

Me ne starò magari accanto al fuoco

chino su un volume erudito, come s’addice a un vecchio,

mentre sbattono le imposte al soffio del maestrale,

a girare e rigirare la stessa pagina,

non più versi ormai, ma soltanto prosa,

 

III

fino a quando i bambini col dito sulle labbra bisbigliano:

“Ecco, ecco, ora che è immerso nel suo greco-

ora o mai più, sgusciamo fuori

a tagliarci fra i noccioli sul rigagno

l’albero maestro del nostro naviglio!”

 

IV

Ci sarò proprio immerso, amici miei-

il greco ormai è tutt’intorno

un rameggiare che presto si estende

in un viale in lungo e largo aperto

che trascorro fino in fondo.

 

V

Fuori, un frondeggiare di noccioli,

dentro, la volta si allarga veloce,

e alberi illustri succedono a quelli:

scendiamo infine dolcemente all’Italia

e alla giovinezza per verdi gradi.

 

VI

Seguo fiducioso

la mano che mi guida-

oh terra corteggiata, non sposa,

solo amore dei paesi

che l’hanno sempre in cuore!

VII

Guarda ora la cappella rovinata,

su per l’erta della torre alpina!

Quella laggiù è una torre,

un mulino, o una fucina

che rompe la solitudine invano?

 

VIII

Una svolta, e siamo nel cuore delle cose-

i boschi intorno a noi, un ammasso opaco;

come stilla e scorre di pietra in pietra

il filo d’acqua stento e tenue

tra lo sconquasso che porta il torrente!

 

IX

Chissà, forse alimenta il laghetto di sotto.

Quella chiazza bianca sulla sponda

È Pella, guarda, nel lucore della sera

I picchi argentati caricano

L’Alpe innevata dove si scontra col cielo.

 

X

Di fronte, la roccia a picco,

e un sentiero s’insinua tra questa e la gola

su macigni dove i licheni sfidano

le striature della falena, e le felci nane

arrotano i denti sul masso levigato.

 

XI

Che sensazione, i fiori gialli di montagna,

e i tre grani del riccio che ci piovono

sul sentiero dei castagni:

cadono i frutti del bosco

in questo primo novembre.

 

XII

Che tinge di cremisi i rampicanti,

a chiazze sanguigne, intense, improvvise,

su uno scudo tutto d’oro dal bordo alla borchia,

messo in bella mostra sulle primule

tessute dagli elfi nel tappeto di muschio,

 

XIII

accanto ai funghi carnicini, non ancora

spuntati ier sera; anzi con la prima rugiada

si è gonfiato improvviso quel bottone corallino

dove un ciuffo variegato fulvo lamellato

di funghi velenosi occhieggia ridente.

 

XIV

E laggiù, ai piedi di quella cresta di fronte

che si stende fino alla catena più lontana,

sta la cappelletta di là dal ponticello,

e sotto ristagna l’acqua in una polla

dove danza lo sciame dei moscerini.

 

XV

La cappella e il ponte, di pietra

grigionerastra e quasi sempre bagnata;

i gambi di canapa tagliata sono immersi nel fosso-

guarda ancora i licheni che palpitano

e le radici dell’edera che s’abbarbicano!

 

XVI

Povera pieve dove arriva un prete solo

La festa, se mai arriva,

per le dozzine di montanari dalle casupole sparse

convenuti entro queste quattro mura

lungo dozzine di sentieri percorsi

 

XVII

calano da capanne di carbonai,

o salendo fin qui da tuguri di gramolatori,

o lasciando la cascina dove il boscaiolo ammucchia nocciole,

il casolare dal tetto graticciato dove gli uccellatori

tendono le reti contro nudi spuntoni rocciosi.

 

XVIII

E ha qualche pretesa la facciata,

col suo piccolo affresco a lunetta

sul protiro, come usava nell’arte primitiva-

Giovanni nel deserto, mi è parso,

ma ha patito l’insulto del tempo;

 

XIX

e non è colpa del costruttore,

perché un tettuccio spiovente sporge

come si deve, e tre travi fanno spicco

con la data- buona idea dell’architetto-

cinque sei nove, si legge.

 

XX

E lì canta un uccello tutto il giorno,

e alla polla si abbevera una pecora smarrita-

il luogo è silenzioso e raccolto,

ha avuto le sue scene, gioie e orrori-

ma noi non c’eravamo.

 

XXI

Moglie mia perfetta, mia Leonora,

mio cuore, occhi miei,

a chi mai volgere il pensiero,

accanto a chi percorrere ancora

il sentiero che capelli grigi detestano?

 

XXII

Perché porta all’orlo del burrone,

e la giovinezza tutta fiorita lì si arresta,

ma non chi è avanti negli anni; la vecchiaia minacciosa

essi disprezzano, finché giungono all’abisso dove cade

la giovinezza, a un passo dal limite sicuro della vita-

 

XXIII

me, la giovinezza ha guidato… adesso parlerò,

senza guardarti mentre siedi intenta

a leggere alla luce del fuoco, e la fronte grande

ti sostiene la mano piccola diafana,

e stai silenziosa, il mio cuore sa come…

 

XXIV

Quando basta che ci ripensi un poco,

e rispondi facile come rima,

e trovi senza smentita

la risposta che la tua anima anela,

e trapassa il tessuto fine della carne.

 

XXV

Mia, mia, dimmelo tu! Se percorro

Il sentiero a ritrovo, non è per orgoglio,

per il sogno quasi mai sognato

di un’età così beata che al confronto

la giovinezza sembra un deserto;

 

XXVI

mia, mia, dove ci portano gli anni!

Prima era tanto se le nostre anime

si fondevano come nebbie: l’una nell’altra

adesso è risucchiata: il rigagno fora

la roccia e ne zampilla.

 

XXVII

Pensa, quando la nostra anima fatta una

comprenderà la Parola rinnovellatrice,

la terra sarà scossa e il cielo spalancato:

che cosa ci porterà il mutamento

nella casa non edificata da mani?

 

XXVIII

Oh, debbo sentire le parole che il tuo cervello

suggerisce al mio, e il tuo cuore presagio al mio

nel battito; devi essere prima insomma

a vedere e farmi vedere

nuovi abissi divini.

 

XXIX

Ma chi l’avrebbe pensato,

quando per la prima volta ci accostammo

per quella naturale felicità umana,

per soddisfare la quotidiana sete della vita

con ciò che gli uomini non possono mancare?

 

XXX

Torniamo al primo istante,

chiniamoci ad amarlo ancora,

in ricordo e oblio,

spezzando il rosario in perle di pioggia-

raccogliamo le gocce che cadono!

 

XXXI

Dicevo… Un uccellino canta

tutto il giorno, e tace quando due falchi

bruni dal bosco volteggiano, le ali spiegate

tese a campana: contro il barbaglio del mezzodì

si contano striature e rintocchi.

 

XXXII

Ma nel meriggio o all’imbrunire

è più bello; poi il silenzio cresce

e viene da pensare

si debba liberare la sua conoscenza,

tanto il suo cuore ansima.

 

XXXIII

Fin qui camminammo allora, fianco a fianco,

abbracciati, guancia a guancia-

domandavo e rispondevo,

mentre il mio cuore, troppo sconvolto per parlare,

soffocava nel suo orgoglio.

 

XXXIV

In silenzio passiamo il ponte barcollante,

ci spiace per la cappella delicata e stupenda,

ci tocca la perdita dell’affresco,

auguriamo alle nostre anime un simile

riparo, e meraviglia ci dà il muschio.

 

XXXV

Inginocchiata sulla panca lì sotto,

guarda attraverso l’inferriata:

non c’è nulla da vedere- per paura del saccheggio

la croce è atterrata, l’altare spoglio,

come se i ladri non temessero il tuono!

 

XXXVI

Ci chiniamo a guardare attraverso l’inferriata,

guardiamo il piccolo protiro e il portale rustico,

debitamente leggiamo la data dell’artefice,

poi riattraversiamo il ponte

e riprendiamo il sentiero- ma aspetta!

 

XXXVII

Oh, momento unico e infinito!

L’acqua scorre su ceppo e pietra,

il tramonto delicato è un pallido lucore,

e grigia d’improvviso la sera-

una sola stella è il suo crisolito!

XXXVIII

Noi due stavamo, mai nessuno tra di noi,

ma separati, come entrambi sapevamo:

le scene davanti a noi, i suoni le luci

le ombre creavano un incanto

finché il cruccio non cresceva e ci scoteva.

 

XXXIX

L’incanto cresce un poco e si fa grande,

un poco si attenua e svaniscono mondi,

e come un suono muta l’allegria in felicità,

un respiro sospende il trillo del sangue,

e la vita ne dà testimonianza.

 

XL

Avesse voluto lei l’incanto, pure sarebbe rimasto

un velo tenue e sicuro tra il mio amore e lei-

avrei potuto fissare il suo viso dietro un velo,

e trovare la sua anima come quando amici si parlano

da amici, e potevano essere innamorati:

 

XLI

il mio cuore aveva un tocco silvestre,

voleva assopirsi nel momento più bello.

Scuoti l’albero al colmo dell’estate,

ma non staccare l’ultima foglia-

tienla stretta fino all’ultimo;

 

XLII

per accrescere il tuo poco,

trovare un innamorato e perdere un amico,

rischia un milione d’alberi,

nulla rovini che il volgere delle stagioni non rimedi-

ma non toccare l’ultima foglia!

 

XLIII

Pure, se la foglia si stacca e cade

A elice fino a sfiorarti il viso,

spinta dalla brezza leggera, meglio ancora,

il tuo cuore sia d’ora innanzi la sua casa

che tu trepidando volevi impedire.

 

XLIV

Tanto valgono quegli occhio grigiocupo

E quei capelli neri amati tanto:

che un uomo lotti e soffra

e sperimenti un vero inferno in terra

nella speranza di quel cielo.

 

XLV

Potevi volgerti a provare un uomo,

e fissargli un cammino che stanca e consuma,

e provare se più entrava nei tuoi piani

la sua speranza immensa o la disperazione più nera,

eppure finire come aveva cominciato.

 

XLVI

Ma tu me l’hai risparmiato, da quel cuore che hai,

e hai colmato il mio cuore vuoto con una parola sola.

Tra due vite saldate resta spesso una cicatrice,

sono separate, con l’ombra d’un altro-

una accanto all’altra, e troppo lontane.

 

XLVII

Un momento dopo mani invisibili

calavano una notte fonda intorno a noi-

ma sapevano che la barriera era caduta

tra vita e vita: eravamo una cosa sola infine,

malgrado questo velo mortale.

 

XLVIII

I boschi immoti avevano fatto l’incanto-

cogliemmo per un momento le forze in gioco:

tanto ci avevano mischiato, d’un colpo e per sempre,

la loro opera era compiuta- andare o restare, lo stesso-

i boschi ripiombarono nel loro antico umore.

 

XLIX

Il mondo è fatto per ognuno di noi,

e tutto ciò che vediamo e conosciamo

è testo a produrre un momento così,

quando l’anima si svela

dai frutti che dà.

 

L

Odio o amore, quel frutto

Propizia ogni opera umana,

e ognuno della moltitudine sostiene

la vita della razza secondo un piano generale-

ma ognuno vive il suo piano personale.

 

LI

Il mio nome è esaltato dall’impresa di quel momento

Che mi ha dato posizione e grado,

e così la mia piccola vita è perfetta,

e la natura ha ottenuto il meglio da me-

nato per amarti, amore!

 

LII

E per mirarti assorta accanto al caminetto, ora,

e ancora e ancora, mentre siedi muta

e pensosa alla luce del fuoco, la tua fronte grande

sostenuta dalla piccola mano diafana,

in quel punto, il mio cuore sa come!

 

LIII

Così la terra ha guadagnato un uomo,

e il guadagno della terra è anche del cielo-

e tutto questo merita d’essere ripensato

quando viene l’autunno: è ciò che intendo fare

un giorno, come ho detto prima.

 

(tr. di Angelo Righetti)

 

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